ECOTERAPIA ESISTENZIALE:INTERVISTA AL DOTT. MARCO LONGHI

Written by Vanessa Candela

Oggi abbiamo l’onore di intervistare uno psicoterapeuta e confrontarsi su tematiche che possono far riflettere e dare spunti di applicazione a persone che si occupano di psicologia, neuroscienze, di educazione, di arte o di ricerca incluso una ricerca interiore. Sto parlando del Dott. Marco Longhi.

-Dott. Marco Longhi, lei si occupa di psicoterapia da oltre trent’anni: cosa la nutre in questo lavoro?

Ciò che mi nutre in questo lavoro è la qualità della relazione che riesco a realizzare con la persona che ho davanti.

Anzitutto va detto che chi mi trovo di fronte è un individuo confuso, non un malato. Anche se le parole che usiamo per definirci sono terapeuta e paziente, in realtà di fronte a me c’è una persona che si muove nello stesso mondo in cui mi muovo io, in un mondo che non sta affatto bene, un mondo permeato di ansia. Il modello dominante di civiltà è malsano e una civiltà malsana produce individui che hanno difficoltà ad adattarsi. Travolti e disorientati dalla compulsione al consumo e, ultimamente, dal consumo esasperato di tecnologia, siamo sempre più lontani da noi stessi e dagli altri. La comunicazione sta diventando uno scambio di parole e di immagini su uno schermo. Le emozioni vengono trasmesse usando faccette e abusando della punteggiatura: simboli e segni grafici che dovrebbero supportare la condivisione degli stati d’animo. La tecnologia ci mette a disposizione dei surrogati di relazione. Poco ci guardiamo negli occhi e ancor meno ci tocchiamo. Sempre maggiore il numero di persone che sfuggono il contatto. In queste condizioni non possiamo considerare la nevrosi come una malattia, ma come la norma. Ansia, insicurezza, paura non sono malattie: ci siamo dentro tutti. Per questo motivo, evito di formulare diagnosi e non considero utile un’anamnesi sistematica. L’anamnesi viene di solito effettuata durante la prima seduta: quello che se ne ricava è un resoconto di guai passati, un elenco di episodi “negativi” fuori contesto e, per lo più, privi di pathos, raccontati a un estraneo che forse prende appunti o digita al computer. Non è il modo migliore per entrare in contatto con uno sconosciuto. Quello che succede realmente è che gli episodi che più hanno lasciato un segno, emergono nel corso del processo, sostenuti da un’emozione. Per questo io preferisco indagare con un approccio casuale, partendo da quanto sta emergendo qui e ora. Sono sempre più convinto che l’elemento diagnostico più efficace (ovviamente non l’unico) per raggiungere la verità di chi mi sta di fronte sia l’insieme dei sentimenti che la persona suscita in me. Mi affascina verificare l’assoluta originalità dei comportamenti messi in atto dai pazienti. Osservo i loro gesti e modi che, più delle parole, sono indicatori più potenti di qualunque anamnesi, per quanto accurata. Il paziente mi parla di quelli che crede siano i suoi problemi. Io ascolto e faccio domande, soddisfo la mia curiosità. Questo approccio contribuisce a sciogliere le resistenze e a creare i presupposti di un’alleanza nella ricerca di guasti e rimedi. In sostanza, non mi rapporto con un “caso clinico”, ma con un individuo evoluto: se è arrivato sin qui, significa che sta cercando qualcosa. Sediamo uno di fronte all’altro alla giusta distanza; una distanza e una differenza di ruoli che ci faccia sentire accolti e protetti. È una relazione che ci fa apprezzare il piacere di condividere senza la paura di essere giudicati. Più che una psicoterapia, pratico una sorta di ecologia o ecoterapia esistenziale  in cui sostengo il paziente nel realizzare la situazione complessiva in cui possa valorizzare le sue risorse meglio di quanto non abbia fatto finora. Questa ricerca accende il mio interesse e mi appassiona: è questa autentica curiosità che mi consente di realizzare, nella maggior parte dei casi, un rapporto di fiducia. Questo è il nutrimento. E questa è la struttura portante di un buon lavoro. Se l’intimità è diventata un lusso, questo è il lusso che i miei pazienti e io ci concediamo.

-Qual è la sua personale visione della psicoterapia ?

Non mi soffermo sui fattori che, da un secolo a oggi, hanno determinato un radicale e accelerato cambiamento del modo di vivere degli uomini. Sono sotto i nostri occhi. La conseguenza che appare più evidente è che gli esseri umani sono l’unica specie vivente deliberatamente impegnata a distruggere il proprio habitat e la sua biodiversità, oltre a massacrare i propri simili sistematicamente, da sempre e sempre con nuove e più sofisticate modalità. Questa evoluzione, sempre più accelerata, ha provocato uno sconvolgimento dei valori e dei punti di riferimento del passato e ha modificato il rapporto con la materia che riguarda le modalità di interazione delle e tra le persone, che chiamiamo psicologia. Pertanto, anche i termini che definiscono tutto ciò che avviene sulla superficie di separazione tra un organismo e il suo ambiente vanno ridefiniti e ricontestualizzati.

 Prima di tutto, è tempo di cominciare a ragionare in termini di persone piuttosto che di patologie. E occorre percepire noi stessi come organismi immersi in modo inscindibile dall’ambiente che ci circonda.

È in atto, da parte della psicologia corrente, una tendenza a isolare i sintomi e a classificare le patologie e quindi a prescrivere al “paziente” tecniche terapeutiche ad hoc, da effettuarsi in un numero di sedute prestabilito, spesso in base a un protocollo predefinito: questo approccio non tiene conto del fatto ci troviamo di fronte a persone che soffrono di disturbi che sono spesso di carattere esistenziale. Anticamente, si ricercava in un trauma infantile la causa del male, trascurando il fatto che la nascita e la crescita e le separazioni e la vita stessa sono il trauma. Quindi, una ridefinizione in termini moderni e efficacemente praticabili del nostro lavoro riguarda anzitutto la necessità di utilizzare un linguaggio semplice, comprensibile a tutti, e di colmare la distanza terapeutica suggerita e praticata nel passato. È ormai generalmente condivisa la convinzione che un fattore decisivo nel determinare l’evoluzione positiva del trattamento terapeutico sia il coinvolgimento del terapeuta nel processo in corso. Un altro aspetto importante è che, pur tenendo conto del fatto che tutti siamo debitori a Freud, dobbiamo riconoscere che la sua ipotesi che lo sviluppo di una persona sia ampiamente orientato dagli impulsi innati (fatto salvo per l’istinto di sopravvivenza che accomuna tutti gli organismi viventi) si è rivelata inadeguata. Dai neo-freudiani, come H.S. Sullivan, Karen Horney , sino a Reich, Perls, Berne, Yalom e altri, l’accento si è spostato sulla crescente influenza dell’ambiente sulla formazione del carattere, ossia sulla direzione e sul modo in cui ci muoviamo nel mondo reale.

È un fatto che un individuo della specie umana, ancor prima di vedere la luce, sperimenta già quello che sta accadendo attorno a sé. Molto dipende da come è accogliente e sano il suo ambiente e da come ad esso si adatta. Se la madre sia soddisfatta o meno, se sia tenera o arrabbiata, eccetera. Subita la sua prima separazione, il bambino attraversa una lunghissima fase di totale dipendenza dai genitori. La sua salute psichica dipende drasticamente dalla situazione esistenziale complessiva dei genitori e dalla qualità della loro relazione. Per questo, ritengo che il compito educativo più importante di un genitore sia quello di prendersi cura di se stesso. In ogni caso, è in questa prima fase della vita che comincia a prendere forma il carattere, vale a dire l’insieme delle modalità di comportamento che il bambino mette in atto per far fronte a condizioni ambientali a volte sottilmente e a volte pesantemente malsane.

In alcuni casi, si tratta di tecniche di sopravvivenza, di meccanismi di adattamento, di difesa o di manipolazione che vengono interiorizzati e incorporati. Se questi meccanismi non emergono alla consapevolezza, non possono essere superati e sostituiti da risposte adeguate alla situazione presente. Spesso ci troviamo davanti una persona che rimane ancorata a quei meccanismi e continua a metterli in atto anche quando le condizioni che li hanno generati non esistono più. Questa persona ha perso la capacità di orientare le proprie scelte di vita per sé e di elaborare risposte creative rispetto a un ambiente in continua evoluzione. O sta facendo qualcosa che non vorrebbe fare, o non sta facendo ciò che vorrebbe fare, ammesso che sappia effettivamente ciò che vuole.

Il lavoro da fare è sostenere la sua capacità di scoprirlo.

Quasi sempre questo disorientamento si traduce nella difficoltà di sviluppare rapporti interpersonali soddisfacenti e duraturi. Per questo motivo è importante offrire al paziente una modalità di relazione che lo convinca, col tempo, dell’inutilità dello sforzo di essere diverso da ciò che è. Molto spesso, non si tratta di fare qualcosa, ma di smettere di fare qualcosa. Smettere di ritenere che ciò che io sono oggi sia frutto del caso o della sfortuna. Tutto ciò che oggi io sono è il risultato delle mie scelte, quali che siano le situazioni che le hanno condizionate.

-Quali sono le esperienze e le materie che hanno ampliato il suo bagaglio di conoscenze relativo alla mente umana oltre alla psicologia?

Mi riesce difficile separare le esperienze di formazione professionale dalle esperienze di vita quali ad esempio la navigazione a vela in solitario o il gioco degli scacchi, o le esperienze amorose o il tango argentino.

La chiave sono gli insegnamenti che siamo capaci di ricavare dalle esperienze che la vita ci offre.

Se fossimo capaci di ridefinire i nostri problemi in termini di situazioni da vivere come esperienze, saremmo aperti a imparare da tutto. Il gioco, le letture, i viaggi, le relazioni e le separazioni. E poi l’arte, la poesia, la meditazione, la danza e tutto il resto. Persino le emozioni e i sentimenti che alcuni definiscono negative (come la noia e la rabbia) possono essere vissute come esperienze formative. Mi sono laureato in fisica nucleare e ho insegnato alle superiori matematica e fisica e altro per diversi anni. In buona sostanza, insegnavo a imparare. Nel tempo “libero” frequentavo le lezioni di un corso di laurea in lettere e filosofia. In seguito, dallo studio di come funziona la materia, sono passato a interessarmi al modo in cui funzionano gli esseri umani, compreso me stesso. L’esperienza che ha determinato un cambiamento radicale nella consapevolezza di me stesso è la terapia di gruppo. Ho imparato che, se vogliamo capire chi siamo, dobbiamo confrontarci con gli altri. Niente di nuovo, ma non così facile. Ci vuole il coraggio di mettersi in gioco. Un altro punto di svolta decisivo è stato quando ho scoperto che la mia città è sporca, rumorosa e puzzolente come tutte le città del mondo. Ho lasciato Milano e la mia famiglia d’origine per trasferirmi nella campagna toscana tra i boschi e le poche specie animali rimaste. Poi viaggiare e conoscere e studiare, certo. In India ho fatto le mie prime esperienze di meditazione e di gruppo di terapia; in California ho seguito un corso residenziale di formazione in tecniche di meditazione in un centro tibetano; in Oregon ho seguito una formazione in terapie di gruppo: una maratona con una cinquantina di persone dove una dozzina di terapisti si sono avvicendati alla guida del gruppo per la durata di tre mesi. Ho studiato e praticato la terapia Bioenergetica per poi intraprendere la formazione in Terapia della Gestalt. Dopo i viaggi, ho iniziato la mia lunga terapia personale e ho cominciato a impegnarmi come terapeuta individuale e di gruppo. Infine, la lettura: leggere molto, leggere le storie degli uomini e delle donne. I romanzi mi portano in un mondo parallelo dove si placa la mia inquietudine. E infine la musica.

-Qual è la sua visione sulla relazione mente-corpo ?

Mente e corpo sono espressioni che usiamo per indicare delle funzioni. Nella visione scientifica che chiamiamo olistica, l’organismo che mi ospita possiede delle funzioni: la mente è la funzione che presiede al pensiero, il corpo è la funzione che presiede al movimento. Il pensiero è azione in potenza e l’azione è pensiero in atto. Pensiero e azione sono due livelli di attività dello stesso soggetto che è l’essere umano come organismo intero.

-La sua formazione è di approccio gestaltico, quali sono i principi fondamentali di questa visione ?

C’è una letteratura molto ricca sulla Gestalt. Qui mi limito a qualche cenno. La scuola psicologica post-psicoanalitica che Fritz Perls ha chiamato terapia della Gestalt si è sviluppata sul retroterra culturale della fenomenologia e dell’esistenzialismo. Si tratta di un terapia integrata che accoglie, oltre alle acquisizioni più significative della ricerca psicologica occidentale, anche le pratiche di meditazione derivate dalle tradizioni orientali con particolare interesse all’approccio Zen. L’impianto teorico su cui si fonda l’approccio della Gestalt parte dall’osservazione di fatti semplici. Se osserviamo i movimenti che un organismo semplice come una cellula compie per nutrirsi, vediamo che essa si muove verso l’ambiente in cui è immersa e quindi si ritrae per dar luogo a quel processo di assimilazione che serve al proprio accrescimento. Il bisogno di nutrimento induce un’attività sensori-motoria che ha termine soltanto quando il processo si è completato in modo soddisfacente. L’organismo umano che si trova di fronte a una molteplicità di bisogni, tra cui quello di relazionarsi con i propri simili, dovrà anzitutto individuare quello emergente in un determinato momento: questo processo viene chiamato formazione della Gestalt e consiste sostanzialmente nell’organizzare la propria percezione per mettere a fuoco l’oggetto dominante del proprio interesse. Con tutta evidenza, la percezione è un processo attivo, nel senso che, di volta in volta, di fronte a una scena della vita, poniamo in primo piano l’oggetto del nostro interesse e mobilitiamo le nostre risorse per realizzare l’obiettivo legato a quell’interesse, mentre il resto rimane momentaneamente sullo sfondo. Se l’operazione ha successo, la figura di primo piano torna a far parte dello sfondo e l’organismo è libero di formare una nuova Gestalt. Ma, se questo non accade, il bisogno non soddisfatto o la situazione rimasta in sospeso non consentono di liberare le nuove energie necessarie al passo successivo: diciamo che ogni Gestalt incompleta interferisce con i nuovi processi. Potremmo definire lo stato di salute di un individuo in base alla flessibilità dell’alternanza tra figura e sfondo: se permane una tendenza alla rigidità, il principio di autoregolazione proprio di un organismo sano e la sua capacità di orientamento vengono meno. In sostanza, ciò che chiamiamo nevrosi è un’interruzione dell’approccio all’ambiente per ottenere il soddisfacimento di un bisogno. Certamente, se indaghiamo sul passato della persona scopriremo che ci sono stati degli episodi che ne hanno compromesso la capacità di organizzare efficacemente le risorse; ma ciò che possiamo effettivamente osservare ora è la sua incapacità di far fronte alla situazione presente. Non mi riferisco soltanto alla situazione particolare per la quale ha deciso di rivolgersi a me, ma anche al modo in cui affronta il rapporto terapeutico. Come ho già accennato, il disagio rende quasi sempre problematiche le relazioni interpersonali ed è quindi inevitabile che questa difficoltà si manifesti qui e ora nel rapporto con me. Qui e ora. Su questo cominciamo a lavorare e a condurre insieme un’indagine sui condizionamenti che hanno generato questo stato di cose e che ci inducono a perpetuare un copione sterile. Il passo successivo è scoraggiare il tentativo di considerarci vittime e smettere di considerare il proprio carattere come un dato immutabile. Può essere che i nostri genitori non abbiano fatto un buon lavoro con noi, ma, se non vogliamo rimanere sempre figli, dovremo imparare a essere genitori di noi stessi. Il processo terapeutico vero e proprio inizia nel momento in cui il paziente si assume la responsabilità delle proprie scelte. Si tratta di diventare adulti e autonomi, ossia liberi di scegliere consapevolmente i nostri vincoli. Per concludere voglio precisare che la Gestalt non è una tecnica; è piuttosto un contenitore di attrezzature che ciascuno poi utilizza secondo il proprio modo. La pratica che deriva da questo approccio non è definibile se non a titolo personale. Per me è essenziale l’improvvisazione. Vale a dire, essere qui e ora.

-Qual è l’importanza e il valore della psicoterapia oggi  ?

L’ esito positivo di una psicoterapia è la conquista di una maggior consapevolezza di noi stessi. Lo strumento  è un confronto aperto. L’obiettivo è separarsi con reciproca soddisfazione e arricchiti di una maggiore capacità di apprezzamento.

 

Quali letture sono state per lei illuminanti per comprendere come funziona un essere umano? Quali letture consiglierebbe inotre a chi decidesse di avvicinarsi al mondo della psicologia ?

Se parto da Freud non finisco più e rischio di tralasciarne troppi. I maestri dai quali ho imparato di più sono Osho, Isha Bloomberg (il mio formatore in Gestalt) e Tarthang Tulku Rinpoche. Per le letture Fritz Perls. Devo aggiungere però che la lettura più “illuminante” che sta, da qualche tempo, ispirando il mio lavoro sono le opere di Irvin Yalom . Le cose che scrive mi stanno dando più coraggio e mi rendono più fiducioso nel mio modo di muovermi in questo campo.  Consiglio a chi vuole avvicinarsi al mondo della psicologia di leggere tutti quei libri scritti in modo chiaro e semplice perché trattano di qualcosa che riguarda tutti e quindi a tutti debbono risultare comprensibili. E poi i fumetti di Charlie Brown e 101 storie zen.

 

Grazie  al Dott. Marco Longhi  per l’intervista che ci suggerisce importanti spunti su cui riflettere.

Per contattarlo ecco il suo indirizzo e-mail: paripurna@libero.it

 

Fonti:

Immagine raffigurante un mosaico in legno del Dott. Marco Longhi dal sito www.patchwood.it

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